
martedì 23 dicembre 2008
Ultimo post dell'anno

venerdì 19 dicembre 2008
Arrivooo

domenica 7 dicembre 2008
Due parole

martedì 2 dicembre 2008
Libera di volare

venerdì 28 novembre 2008
La tua figura

mercoledì 26 novembre 2008
Mi sono riempito gli occhi di te

mercoledì 12 novembre 2008
Il mistero delle rette parallele

giovedì 6 novembre 2008
Le cose che si perdono

lunedì 3 novembre 2008
L'ecclesiaste

Per tutto v'è il suo tempo, v'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per piantare e un tempo per svellere ciò ch'è piantato; un tempo per uccidere e un tempo per guarire; un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare; un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle; un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracciamenti; un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per conservare e un tempo per buttar via; un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare; un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che profitto trae dalla sua fatica colui che lavora? Io ho visto le occupazioni che Dio dà agli uomini perché vi si affatichino. Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo; egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero della eternità, quantunque l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatta. Io ho riconosciuto che non v'è nulla di meglio per loro del rallegrarsi e del procurarsi del benessere durante la loro vita, ma che se uno mangia, beve e gode del benessere in mezzo a tutto il suo lavoro, è un dono di Dio. Io ho riconosciuto che tutto quello che Dio fa è per sempre; niente v'è da aggiungervi, niente da togliervi; e che Dio fa così perché gli uomini lo temano. Ciò che è, è già stato prima, e ciò che sarà è già stato, e Dio riconduce ciò ch'è passato. Ho anche visto sotto il sole che nel luogo stabilito per giudicare v'è della empietà, e che nel luogo stabilito per la giustizia v'è della empietà, e ho detto in cuor mio: `Iddio giudicherà il giusto e l'empio poiché v'è un tempo per il giudicio di qualsivoglia azione e, nel luogo fissato, sarà giudicata ogni opera. Io ho detto in cuor mio: `Così è, a motivo dei figliuoli degli uomini perché Dio li metta alla prova, ed essi stessi riconoscano che non sono che bestie'. Poiché la sorte de' figliuoli degli uomini è la sorte delle bestie; agli uni e alle altre tocca la stessa sorte; come muore l'uno, così muore l'altra; hanno tutti un medesimo soffio, e l'uomo non ha superiorità di sorta sulla bestia; poiché tutto è vanità. Tutti vanno in un medesimo luogo; tutti vengon dalla polvere, e tutti ritornano alla polvere. Chi sa se il soffio dell'uomo sale in alto, e se il soffio della bestia scende in basso nella terra? Io ho dunque visto che non v'è nulla di meglio per l'uomo del rallegrarsi, nel compiere il suo lavoro; tale è la sua parte; poiché chi lo farà tornare per godere di ciò che verrà dopo di lui?
domenica 26 ottobre 2008
Un'ora in più
venerdì 24 ottobre 2008
Sono tornato a cercarti

domenica 12 ottobre 2008
Una canzone per te.
venerdì 10 ottobre 2008
La definizione dell'amore

mercoledì 8 ottobre 2008
Imparare a...

sabato 27 settembre 2008
In riva al mare

martedì 23 settembre 2008
Quando ti penso

sabato 20 settembre 2008
Sotto la pioggia

martedì 16 settembre 2008
Tu, rosa rossa

Odori di vita e di felicità, di allegria e d'intelligenza, messi al servizio di un sorriso da regalare a chi ha la fortuna di starti accanto.
sabato 13 settembre 2008
La stessa musica

giovedì 11 settembre 2008
Siamo tutti delle matite

lunedì 8 settembre 2008
Una foto e una musica

Superata l'orizzonte, mi perdo nell'azzurro del cielo che si confonde con l'azzurro del mare e plano sopra l'acqua ma non affondo. Mi rinfresco il viso con le gocce del mare che scivolano sulla mia faccia e cadono giù lungo le braccia. Guardo il Sole e sorrido mentre i delfini mi corrono dietro e saltano fuori dall'acqua. Mi sento vivo e non ho paura proprio di niente. Non so nuotare ma non ho paura di affondare. Il mare non può farmi del mare perchè io amo il mare e quel che si ama non può far soffrire perchè l'amore è gioia mista a fantasia, euforia mista a pazzia.
martedì 26 agosto 2008
Le stelle di mezzogiorno

sabato 16 agosto 2008
Seduto sulla riva del mare

martedì 5 agosto 2008
Senz'aria

domenica 27 luglio 2008
Saperti felice

lunedì 21 luglio 2008
Ho sempre pensato che...

mercoledì 16 luglio 2008
La carota, l'uovo e il caffè.
domenica 13 luglio 2008
Il verde è matematica

Però poi ti capita sempre di fermarti. Di fermarti ad un semaforo che tarda a diventare verde, in coda ad una fila d'auto in un paese di poche anime pie e di qualche anima dannata. Di fermarti in piedi, appoggiato al muro come nei migliori telefilm americani degli anni Settanta, ad ascoltare un gruppo cantare nel cortile di un locale, la sera.
domenica 29 giugno 2008
Una lettera per te

venerdì 27 giugno 2008
Ferma! Guarda!

giovedì 26 giugno 2008
Odori e profumi

lunedì 16 giugno 2008
Chissà se...

domenica 15 giugno 2008
Together we stand, divided we fall

Schiettamente come sempre facciamo. Con amore e rabbia. Ti conosco così bene che posso sempre dirti quello che pensi senza che tu proferisca parola. Mi basta guardarti. Come muovi gli occhi, come essi brillano, come muovi le mani, con quale intensità respiri. Sono sempre in grado di capire il tuo pensiero. Per questo non puoi mai mentirmi. Neanche adesso che bevi il nostro bourbon e rimani in silenzio, come se non ci sia nulla di cui parlare, come se tutto stia andando bene, come se nulla ti manchi.
Cangaceiro, tu hai me.
mercoledì 11 giugno 2008
Discorso

“Io”. Ci sono Io Presentabili ed Io Impresentabili. Quando andiamo in giro per le strade, scegliamo quasi sempre d’indossare la nostra personalità più presentabile, l’Io da passeggio, o l’Io vestito da sera. Quello che ha maggiori possibilità di sopravvivere, forse perché è la nostra coscienza più mediocre, quella che dice sempre “Sì” o “Ni”, quella che abbassa gli occhi di fronte alle ingiustizie, alla corruzione, alla miseria e al dolore degli oppressi, dei diversi, dei deboli “perché non ti conviene; perché ti metti nei guai; perché va’ con chi vince; perché sta zitto e fregatene, in fondo non sono affari tuoi. Ma la stoffa di questo “Io” da passeggio poi ci soffoca, è una seta gelida, un’anima morta.
L’Italia è piena di questi sudari che camminano. Allora noi abbiamo cercato caldo all’inferno, perché siamo partiti alla ricerca di Jack, il “nostro” Jack: quello rinchiuso al buio in una gabbia così inaccessibile che nessuno lo potesse sentire, perché era stato “cattivo”, il più cattivo di tutti noi “Io”.
Solo chi è stato profondamente al buio poteva immaginare una notte così bianca.
Dare il microfono all’Io che teniamo in prigione nel nostro braccio della morte, costituisce un rischio altissimo, per i vecchi noi stessi, per i compromessi che Jack ci farà esplodere dentro, e per la mediocre società, quella che o lo deride, o lo disprezza, o l’ignora; perché Jack è un italiano fuori posto, non etichettabile, quindi incontrollabile e capace di una rivoluzionaria tenerezza sociale.
Peppino Impastato aveva dato il microfono al suo Jack. Falcone e Borsellino l’avevano dato. Anche Che Guevara, soprattutto quando rinunciò agli onori politici di Cuba, per combattere un sogno d’altri. Da noi, un secolo prima, l’aveva già sognato e realizzato Garibaldi.
Era la stessa fede politica che univa personaggi così diversi? Forse Borsellino e Impastato votavano per lo stesso partito? No. Thomas Eliot, in un verso infinito di tre parole, si chiede: “Oserò turbare l’universo?” Il verbo che unisce questi uomini liberi è “osare”. Osare di turbare l’universo mafia …è un bell’osare. Soprattutto oggi.
Interessa? … Interessa? …(Lo sospettavo)
Jack Folla non è un black-block. Chi agisce violentemente in quel modo all’esterno è un'altra di quelle “personalità in vestito da sera”. Gli “Io” vestiti da sera non sono necessariamente griffati Valentino. Sono le divise di quei poliziotti che manganellano una ragazza con le mani al cielo,
o la tuta nera di un black-block che brucia un’automobile o una banca. Ma anche una camicia verde che impreca contro gli stranieri, accusandoli del delitto di non essersi integrati, un delitto che lui per primo ha commesso: non essendo riuscito neanche a integrarsi con se stesso.
Questa gente, di cui l’Europa si sta pericolosamente affollando, è straniera a se stessa, agisce esternamente quello che dovrebbe provocarsi internamente: incendiarsi le certezze assolute, manganellare e limare le sbarre della propria prigione per far evadere il loro extracomunitario Jack. Liberarsi. Ma loro, credendo di liberarsi, cacciano fuori sempre la persona sbagliata. Gli altri.
Anche l’Italia ormai è sempre più scissa, proprio come le nostre personalità; un Paese spaccato in due anche da un Presidente del Consiglio che promette di sognare per tutti ma che poi sogna solo se stesso. Ma così viaggia solo in superficie, “sulla cresta dell’onda”, e l’Italia di oggi è diventata la sua scia. La Repubblica di MastroLindo, come cantava profeticamente De Gregori.
A questa Italia delle apparenze, il Paese in cui la Pubblicità è Dio, la Religione i Soldi; …all’Italia delle Chiese dei Sondaggi, delle televisioni a pensiero unificato, dei Vip che applaudono i Vip, Jack Folla, dalla periferia di tutto, ha lanciato la sua piccola, grande sfida: comunicare in modo trasparente. Mettere in piazza, prima di denunciare quelli altrui, i propri orrori; mettere in dubbio, autoironicamente, le proprie presunte “verità”; non approfittare del seducente, tremendo potere di suggestione della radio e della TV; mettere in guardia chi ti ascolta anche da te che parli, non “fottere” il pubblico: e se proprio non resisti, cercare di farci l’amore.
La sfida era quella di non scindersi mai. C’era un famoso programma alla radio, tanti anni fa; un personaggio-mattatore si confrontava col pubblico; il titolo era “Voi e io”. Alcatraz ha aggiunto solo un accento: Voi E’ io. Ma come evitare, a questo punto, il rischio d’onnipotenza?
L’unico sistema che conosco (e consiglierei anche al potere politico attuale) è quello di sottoporsi al giudizio di una magistratura alla quale davvero non ci si dovrebbe sottrarre mai, non fosse altro per stile: e anche lei, la magistratura, siamo sempre noi. Così come noi siamo la libera informazione italiana. Noi siamo diritti e doveri. Privilegi e soprusi. Nord e Sud. Siamo
Bergamo e Messina. Siamo Gerusalemme ferita. Noi siamo l’ebreo e il palestinese. E siamo l’impotenza dell’Onu.
Siamo solo noi che proiettiamo il mondo che vediamo, scisso proprio come siamo scissi noi, -noi carnefici, noi vittime-, mentre invece continuiamo ad attribuirci solo la regia delle cose che ci piacciono e adisconoscere e a rinfacciarci la paternità dei film che non ci piacciono, ma quando questo lo fanno addirittura i ministri e i capi di Stato, allora è un vero guaio. Una tragedia che si chiama, per esempio, torri gemelle di Manhattan. L’esplosione di una scissione dell’Io collettivo del mondo. Perché se tu hai una doppia coscienza, e con la prima vendi armi batteriologiche, per esempio, all’Irak; non puoi gridare con la seconda coscienza al pericolo di una guerra batteriologica e attaccare l’Irak. Questo intendo per scissione dell’Io collettivo. La conseguenza, -l’esplosione del sintomo-, è Manhattan. E se anche questa tragedia la tratti come causa del male, allora intervieni “chirurgicamente” sull’Afganistan, ma non curi, al contrario, il malato mondo peggiora, perché continui a dividere il suo Io.
In questi tre anni di Alcatraz, avevo un desiderio: far evadere Jack.
Dapprima il Jack privato, perché chi scrive -come diceva Cesare Pavese- racconta quello che non ha; Quello che ha non lo racconta, se lo tiene. Ma poi non ho potuto tenermi più neanche quello che avevo. La mia famiglia, i miei ricordi, il nostro bisogno di essere amati, le vostre lettere, i nostri amori, le mie e le vostre malattie, e le nostre speranze di vivere in un Paese felice, tutto si è mescolato con tenerezza e rabbia in una sorta di Repubblica dei Liberi Stati Mentali; niente “è stato tenuto”, senza pudori, anche se con qualche imbarazzo, e il mio egoistico e un po’ narcisistico desiderio iniziale si è trasformato -dopo avervi conosciuti- in un altro: che voi riusciste a stringere, per una volta, la mano al vostro “Io” più impresentabile, che ricucissimo, tutti noi, una scissione, e ritrovassimo, qui e ora, in una notte come questa, una patria comune.
Guardatevi negli occhi, guardatevi intorno.
Vedete di cosa è capace il nostro “Io” più disperato, più solo, più abbandonato?
Prima parlavo del verbo “osare”, che amo molto.
Penso che noi siamo anche quello che siamo stati. Prima ancora che nascessimo intendo. Credo in una specie di reincarnazione all’incontrario.
Ho nostalgia del futuro perché ho il rispetto della memoria, e noi siamo anche i nostri antenati, i nostri morti. In questi anni mi avete chiesto in tanti “Ma come ti è saltato in mente un Jack Folla?” Mi perdonate un piccolo aneddoto privato? Spero di sì. Anche perché non ve lo racconto per stronza vanagloria. Sono la pecora rossa di una famiglia benemerita delle armi italiane. Ce l’ho un po’ su con Bossi perché quindici fra miei bisnonni, biszii e biscugini sono morti per il Risorgimento e l’Unità d’Italia. Quindici giovani che volevano un’Italia non scissa, ma una, libera e indipendente.
Prima di “partorire” Jack, scoprii casualmente un aneddoto familiare all’Archivio di Stato. Il 2 Luglio 1871 il Re Vittorio Emanuele II entrò solennemente a Roma, diventata capitale. Immaginatevi il corteo, la pompa magna, le alte uniformi, la folla. Ma al Quirinale, l’Italia Unita trovò il portone sbarrato. Il Papa non era stato proprio felicissimo di cedere agli italiani casa sua, che poi, veramente, era la nostra. Così era fuggito. Ma era fuggito anche il cardinale che custodiva le chiavi, portandosi appresso, come sfida e ultimo gesto di disprezzo, tutto il mazzo. Il soldatino della guardia reale bussava, suonava, tentava di aprire. Tutto inutile. Il Quirinale era sbarrato. Il re d’Italia, incazzato, tossiva, gli ufficiali in alta uniforme arrossivano, tutto il cerimoniale andò in tilt. Nessuno sapeva che pesci pigliare. L’Italia veniva a prendersi Roma, ma la nobiltà nera di Roma aveva chiuso i portoni dei palazzi in segno di lutto per l’arrivo degli “italiani invasori” e i preti avevano gettato le chiavi del Palazzo dei Palazzi. Allora Efisio scese da cavallo, si piantò davanti al portone sbarrato, prese le misure, e senza tanti “se” e “ma” sferrò un calcione con gli stivali e sfondò la porta del Quirinale, che da quel momento divenne la casa di tutti gli italiani. Lo era già, per legge, però quel calcio ci voleva, quel calcio è la storia che si compie, è esattamente l’atto di chi “osa turbare l’universo”.
Volevo dire che, di generazione in generazione, non si tramandano nel sangue solo il diabete o l’anemia mediterranea, ma anche i calci. E allora, un secolo e mezzo dopo, o da quel gesto nasce Totti, (e io a calcio ero una schiappa) o dall’albero genealogico della fantasia, nasce un Jack Folla. Quello che conta, cioè, non è se hai avuto o non avuto un bisnonno “famoso”; il sangue che conta è solo quello che trasmette (non alla tua schiatta ma a tutti) la capacità di sognare. E per sognare intendo la capacità d’immaginare insieme un mondo diverso, un Paese migliore. Perché se quel film non ce l’hai già dentro, non potrai proiettarlo quindi “vederlo” mai. La seconda domanda alla quale volevo dare una risposta (non preoccupatevi, le domande sono solo tre) è il grido “Perché vuoi uccidere Jack? E perché proprio adesso che in lui ci siamo ritrovati? Jack non deve morire!” Non sarò certo io a seppellire il mio sogno più caro, che si chiama come un film, e come questa notte “Le ali della libertà”. Jack non può morire perché ormai è stato trasmesso nel DNA della fantasia, è già in circolo nel sangue dei vostri valori, anzi, lo era da sempre, semplicemente l’abbiamo ritrovato. Jack, stanotte, deve partire, è diverso. Se tornerà, quando, e in che cosa l’avrà trasformato il nostro sogno collettivo, questo non è dato saperlo né a voi né a me.
Ma se Jack parte stanotte, suppongo che qualcosa o qualcuno stia per arrivare domani. Uno scrittore non è altro che una stazione di confine. Tutte le storie sono in transito. Bisogna solo aspettare il treno giusto.
Ma so già che a molti di voi questa risposta non basterà; ed io stesso sono triste, stasera, perché dire “Hasta siempre, Jack” mi fa, come tutti gli abbandoni, anche una certa paura.
Jack, per tre anni, è stato il mio universo.
“Oserò turbare l’universo?”
Sì. Sì perché se Jack Folla è diventato il nostro nuovo universo, il nostro universo diventa la sua nuova prigione. Non dobbiamo permetterlo mai.
Jack è la nostra mente libera. Bisogna lasciarla volare. Lui è il nostro albatro viaggiatore.
Vi ricordate la poesia “Il viaggio” di Baudelaire?
“Noi partiamo un mattino con il cervello in fiamme, con il cuore gonfio di rancori e di desideri amari, e andiamo, cullando al ritmo delle onde il nostro infinito sul finito dei mari. Alcuni sono lieti di fuggire una patria infame, altri l’orrore della loro nascita, altri ancora –astrologhi sperduti negli occhi di una donna- la tirannica Circe dai pericolosi profumi…
Ma i veri viaggiatori sono soltanto quelli che partono per partire; cuori leggeri, simili agli aerostati, essi non si separano mai dalla loro fatalità, e senza sapere perché, dicono sempre “Andiamo”! I loro desideri hanno le forme delle nuvole.”
Questo è stato Jack. E non saremo certo noi quelli che mettono le nuvole in gabbia.
E adesso la terza e ultima risposta. Questa notte molti di voi verranno qui a raccontarci “se, e in che cosa, sono cambiati con Jack.” Credo di dovermi sottoporre anch’io a questa domanda. E’ un dovere, perché siete diventati voi i miei Jack, ed avete rivoluzionato la mia visione del mondo.
La mia è una risposta molto semplice. Ho sempre pensato di essere solo.
Stanotte, mi basta guardarvi, per capire, non soltanto di non esserlo più, ma di non esserlo stato mai."